Il mercato dei pagamenti digitali e dei prestiti tra privati, detti anche P2P, in Cina, è in continua espansione. Talmente continua che, secondo quanto affermano le ultime statistiche fornite da Euromonitor, nel 2015 almeno un quarto della popolazione cinese avrebbe effettuato abitualmente dei pagamenti online, e le transazioni via web e mobile sono state in grado di generare un transato da 213 miliardi di dollari (50 miliardi di dollari in più di quanto riscontrato negli Stati Uniti, per esempio).
Risulta interessante comprendere come una parte rilevante degli scambi di denaro online siano ascritti proprio all’interno del recinto dei prestiti erogati via web: il valore stimato da Morgan Stanley è di 33,2 miliardi di dollari, per un volume quasi doppio rispetto a quanto sperimentato nel mercato degli Stati Uniti. Numeri impressionanti, che il governo e le autorità monetarie cinesi hanno guardato con entusiasmo misto a sospetto, cercando dunque di disciplinare un settore che prestava il fianco a troppe aleatorietà.
E così, pochi giorni fa, l’authority ha diramato una serie di linee guida che limiteranno la libertà che hanno goduto le piattaforme per il credito P2P. Tra le tante novità, la necessità – per gli operatori P2P – di affidare a banche “fisiche” i fondi dei propri utenti, a tutela degli investitori. Ma basterà per poter regolamentare un business in continua crescita, e – a quanto pare – difficilmente arginabile?
Probabilmente no. Tuttavia, l’elenco delle nuove regole potrebbe permettere al mercato di “rallentare” gradualmente il proprio ritmo di crescita, in attesa che arrivino nuove soluzioni di autorizzazione delle transazioni più sicure e di tutela per chi si adopera in questo settore.
Certo è, infine, che guardando ai grandissimi numeri cinesi viene altresì da domandarsi un ulteriore spunto: che fine faranno i timidi tentativi di business dei prestiti P2P in Italia?
